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Castello della Volta |
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Posto in alto, a cavaliere della dorsale che conduce da Novello
a La Morra, il Castello di La Volta è visibile tanto
dalla piana di Alba che da quella di Narzole, e vi si gode un
panorama di poco inferiore a quello del famoso Belvedere di
La Morra: da una parte, in un gran semicerchio, lo strano mare
collinoso dell’Astigiano, dell’Alto Monferrato,
e delle Langhe, perdentesi lontano oltre agli estremi limiti
dell’orizzonte; dall’altro versante la valle del
Tanaro e l’altipiano o gran tavoliere che si stende da
Mondovì a Cuneo, Saluzzo, Pinerolo, sotto l’imponente
cerchia delle Alpi Marittime e Cozie, sulla cui linea nera e
severa s’erge gigante e solitario il Monviso.
Attualmente il Castello è un grosso corpo di fabbricato
(iscritto nell’elenco dei monumenti nazionali) dominato
da una torre rotonda coperta, alla quale si accedeva un tempo
per una scala interna in muratura che le girava intorno.
Secondo alcune memorie manoscritte che si trovano nell’archivio
storico di Casa Barolo, durante le guerre tra Francesco I re
di Francia e Carlo V Imperatore di Spagna, iFrancesi che avevano
occupato queste terre, considerandole come imperiali, ordianarono
la distruzione dei castelli di La Morra, La Volta e Barolo,
tutti di proprietà dei Falletti. Però Scipione
Falletti, che si trovava in Francia tra il 1510 e il 1520, avendo
appreso dell’opera di demolizione già cominciata,
potè ottenere che fosse sospesa.
Prosegue l’anonimo scrittore dicendo che il castello di
La Volta, che era molto considerevole (ed era in realtà
feudo imperiale, come vedemmo) fu poi distrutto nelle guerre
posteriori (dice infatti la storia che l’abbattimento
del Castello e della torre è dovuto ad un ordine del
commissario Francese Giacomo De–Perno in data 1544, inibente
“agli homini del luogo doversi rovinare et distrurre la
torre et il castello” in modo che non si potesse più
abitare, sotto ammenda “de sacho et discretione de soldati,
atque pena di 300 scuti”. E. Monchiero – La Morra
e la sua storia); e “che ancora oggidì (siamo in
principio del milleottocento) non esiste più che circa
metà dell’antico castello di La Volta e circa i
due terzi dell’antico castello di Barolo, ciò che
non è molto difficile verificare sul posto.”
Anche la sua origine è molto antica. Nel 1200 apparteneva
ai Signori da li Volta, come li chiama il “Rigestum”
di Alba, che si sottomisero al detto Comune occupandovi pubbliche
cariche. Un Guglielmo da li Volta è tra i principali
d’Alba che giurano fedeltà all’imperatore
Federico II nel 1215 e un Giovanni della stessa famiglia è
assassinato dai De Brayda nel 1241.
Incorporato nel feudo di Barolo, ne seguì le sorti e
non uscì più dalle mani dei Falletti. |
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Esso ebbe giorni di splendore, e ancora nell’ultimo secolo
fu villeggiatura preferita dell’ultima marchesa di Barolo
e del suo malinconico segretario Silvio Pellico, il quale, a
memoria dei vecchi Barolesi, amava starsene lunghe ore seduto
sotti i folti ippocastani che circondavano il castello al nord
e all’est, a contemplare il sottostante panorama, a leggere
e a meditare.
Al presente il Castello della Volta è disabitato: non
lo abitano più che il silenzio e gli uccelli notturni,
ed è diventato oggetto di superstizioso terrore per il
popolo, che lo crede infestato dagli spiriti, e per le paurose
leggende che lo riguardano.
Dice infatti la leggenda che uno degli antichi castellani, famoso
per le sue sregolatezze, apriva spesso le sontuose stanze a
sontuosi conviti. Una notte, dopo una lauta cena degenarata
in orgia, i convitati ignudi s’eran dati ad una danza
sfrenata nella magnifica sala degli specchi ... quando ad un
tratto il pavimento sprofondò e l’abisso apertosi
li inghiottì tutti. Allorchè le macerie furono
rimosse e il pavimento rifatto, non si trovarono più
tracce di loro. Solo la torre vicina apparve tutta chiusa nel
suo piano terreno, e nessuno seppe più trovare l’apertura
(di fatto, al piano terreno la torre è completamente
murata e sotto l’androne di entrata sono visibili i segni
di un abreccia tentata nel muro per giungere a violarne l’intimo
segreto); e in certe notti oscure chi passa sotto le vecchie
mura ode gemiti e grida, e agitarsi e correre attraverso le
sale deserte strane fiammelle, per cui impaurito affretta il
passo facendosi il segno della croce …
Nella Illustrazione Italiana del 12 febbraio 1928 l’illustre
Prof. Ferruccio Rizzati, scrivendo del Barolo, così terminava
il suo entusiastico articolo:
“Un ottimo vino del Senese, uno dei tanti vini eccellenti
di questa nostra enotria, ebbe, or son tre secoli, il suo degno
poeta. Io auguro che un Enotrio Piemotese vada là, nelle
Langhe, e dopo aver centellinato quello ch’io penso sia
il miglior vino di seconde mense, dopo averne gustato il profumo
squisito, dopo aver lasciato che il sole, per l’ampie
vetrate dell’ospitale Castello, tragga dal suo calice
scintillii di rubino, di granato e di giacinto, degnamente lo
canti.”
In attesa che sorga l’auspicato cantore, è parsa
non inutile cosa illustrare più ampiamente, insieme al
“principe dei vini”, anche la terra che produce.
Compilò pertanto questa monografia il Rettore del Collegio
Barolo S. Domenico Massè: e la Società Anonima
Vini Classici, già opera Pia Barolo, non immemore delle
nobili tradizioni ereditate, ne fece le spese di stampa.
(Stampato nella Tipografia della Pia Società San Paolo
di Alba, Settembre 1928.) |
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